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Racconti di LEIfestival 2018


 

LO SPACCIATORE DI CARAMELLE

di  Stefano Tronci

 

«Prendi ancora un’altra caramella».

L’anziano signore, con la schiena china, prese una caramella da un sacchetto e la offrì al bambino che, esitante l’aggiunse a quelle che aveva già riposto in tasca.

Il signor Salvatore da Pratoverde era così. I suoi ottantasette anni si facevano sentire e la vista gli faceva difetto, ormai da quasi vent’anni. Non poteva fare a meno di distribuire caramelle a tutti quelli che incontrava. Soprattutto ai bambini. Per loro c’era sempre una dose doppia. Lui da bambino di caramelle ne aveva viste poche. La sua infanzia a Pratoverde era stata piuttosto povera. Terzo di dieci figli in un paesino così distante dalla città. Non tanto per i quarantaquattro chilometri di strada, quanto per il modo di vivere e per le poche possibilità su cui un bambino poteva contare. La fontana della piazza era il lavandino della sua casa senza bagno. Il cibo era sacro. Niente sprechi. Pane nero, minestre, fagioli e niente dolci se non a natale e per la festa dei morti. Niente dolci purtroppo, perché al piccolo Salvatore piacevano così tanto. Suo padre si guadagnava la vita facendo il muratore a giornata e non era un gran bel vivere, Salvatore e i suoi fratelli dovevano dare una mano consegnando il pane nelle case dei signori e anche trasportando le fascine di legna. Quando era inverno e non c’erano le scarpe si dovevano fare la pipì sui piedi per scaldarseli nella brina del prato. Però Salvatore la sua infanzia non la ricorda triste. Povera sì, ma felice.

La loro casa era abbastanza grande, se non fossero stati in dodici. Avevano la fortuna di abitare vicino ad una grande fontana, così che per rifornirsi d’acqua non si doveva fare un lungo cammino. Dall’altra parte della strada c’erano i conti Orru, che possedevano tutti i terreni intorno a Pratoverde.

Quando Salvatore cercava di spiegare la povertà della sua infanzia ai propri sette figli, piuttosto che ricordare il cibo poco vario, l’assenza di qualsiasi cosa di diverso allo stretto necessario, amava ricordare due episodi. Il primo quando aveva tredici anni. Durante la seconda guerra mondiale una bomba cadde in un pascolo di buoi ammazzandone due. La maggior parte delle persone si mise a festeggiare perché si sarebbe potuto mangiare della carne finalmente dopo tanto tempo. L’altro episodio riguardava la morte di suo fratello Efisio. Aveva mangiato del cibo scaduto. Oggi sarebbe stato facile curare la sua infezione intestinale, ma allora quell’errore per fame gli costò la vita. Efisio era il fratello più grande, in lui la famiglia aveva riposto le speranze di un futuro a scuola. Anche grazie all’aiuto di zio Antoniccu, ricco possidente terriero che teneva a battesimo tanti giovani del paese.

Il destino degli altri cambia la nostra storia, ho forse abbiamo degli appuntamenti già fissati nel tempo senza saperlo. Finita la guerra Salvatore faceva anche il fattorino a Pratoverde. Un giorno, quando aveva appena quindici anni consegnò una lettera in una fabbrica di cuscini. L’operaio addetto alle macchine che trinciavano le piume si spostò un attimo per chiamare il destinatario della lettera raccomandandosi di non avvicinarsi al macchinario. Per Salvatore quella macchina era troppo moderna e bella per non provare. Prese un mazzo di piume e lo mise dentro. Tutto facile pensò. Ne mise un altro avvicinando la mano poco di più e in un attimo fu risucchiata dentro, maciullandola completamente. Per il dolore svenne e si risvegliò solo nell’ospedale di fronte ai medici che lo stavano medicando.

«Dottore cosa facciamo? È da amputare?»

«Vediamo. Prima voglio fare un tentativo di ricucirlo»

È così quattro dita su 5 si salvarono. Tutte meno l’indice. Quello non si poteva proprio salvare. Morto Efisio, sarebbe toccato a Piero, il secondogenito, studiare e dare una speranza di riscatto sociale alla famiglia. Ma Piero era alto, robusto e soprattutto non aveva perso il dito come Salvatore. Così fu lui il prescelto. Zio Antoniccu i soldi li mise anche per Salvatore. Prima per una bicicletta con cui raggiungere Cagliari, poi anche per qualche vestito come si deve per andare a scuola. La bicicletta era bellissima e fece nascere in Salvatore una grande voglia di andare. I quarantaquattro chilometri che separavano Pratoverde da Cagliari si trasformavano in una sfida di velocità. Salvatore era così, amava competere, che fosse una partita di calcio o una sfida a chi sollevava più fascine di legno.

A Cagliari lo prendevano in giro perché veniva dal paese e perché gli mancava un dito. I ragazzi sono spietati. Tranne uno: Giancarlo che il primo giorno di scuola si sedette affianco a lui. Le amicizie nascono così, a volte basta una sedia vuota. La scuola piaceva a Salvatore. Giancarlo era generoso, oltre che un amico. Gli rivelò, dopo qualche tempo, di essere il nipote di Emilio Lussu, ma gli disse di non dirlo a nessuno. Dopo il primo quadrimestre, come premio, don Antioco Cauli portò tutta la classe a visitare gli stabilimenti di una pasticceria industriale che faceva i dolci sardi e caramelle alla frutta. Per Salvatore il posto più bello del mondo. Fu quel giorno che decise che avrebbe voluto avere anche lui la sua fabbrica di caramelle e dolci. Non sapeva come, né quando, ma da quel momento diventò l’alunno più bravo di don Antioco che lo prese in simpatia Grazie al sacerdote, buon amico del proprietario, riuscì ad entrare come apprendista in quella stessa fabbrica, imparando le basi del lavoro e il funzionamento dei macchinari. Don Antioco quando lo vedeva scontroso o di cattivo umore gli diceva sempre:

«Ricordati Salvatore quello che diceva Abramo Lincoln Una goccia di miele prende più mosche di un litro di fiele».

Quando Giancarlo gli disse che stava corteggiano una ragazza e che questa avrebbe passeggiato con lui domenica mattina solo se accompagnata da un’amica, Salvatore non se lo fece ripetere 2 volte. Si presentò con la sua camicia bianca (l’unica che aveva) ed è là che la vide. Sul bastione di San Remì. Il vento non le spostava neanche uno dei suoi capelli raccolti. Con quel vestito a fiori e i gesti lenti non ci volle tanto a capire che lei aveva la calma che lui non aveva, la pazienza e la perseveranza che servono a compiere imprese durature. No, non ci volle molto a passare tutta la vita insieme. Anna Maria studiava per diventare maestra, suo padre falegname e la mamma cassiera alla Rinascente avevano già messo da parte i soldi per farla andare all’Università. A quei tempi essere fidanzati significava fare qualche passeggiata insieme, mano nella mano, il sabato pomeriggio o la domenica dopo la messa. Salvatore aveva due anni in più di Anna Maria e si maturò prendendo lo stesso voto di Giancarlo. All’inizio fu tentato di seguirlo anche all’università. Ma Salvatore voleva produrre dolci e così continuò per due anni a fare l’apprendista. Poi però i soldi di Zio Antoniccu, insieme a un prestito procuratogli da Don Antioco Cauli, li usò per avviare il suo laboratorio per dolci e caramelle. Arrivò da Pratobello persino suo cugino Maurizio per dargli una mano. L’unico disposto a seguirlo in quella che sembrava un’avventura. Il padre di Salvatore era stato su punto di andare a riprendersi il figlio per riportarlo in paese al pensiero che volesse guadagnarsi da vivere facendo caramelle.

Mentre Anna Maria era riuscita a dare l’esame di maturità magistrale nonostante il tifo, preso a causa di una cozza cruda mangiata il giorno di Sant’Efisio, il laboratorio cominciò a sfornare caramelle alla frutta e biscotti. Ma la cosa incredibile è che Salvatore cominciò a vendere bene. Prima ai panifici, poi a qualche torrefazione. Dopo neanche un mese anche un signore della Rinascente andò a trovarlo per negoziare un ordine con cadenza mensile. Salvatore avrebbe voluto ballare e gridare dalla felicità. Quel febbraio del 1956 faceva un freddo cane, ma lui non lo sentiva e corse sotto casa di Anna Maria per dirle che anche la Rinascente voleva i suoi dolci e che li voleva per tutto l’anno. Si baciarono sotto il grande Ficus Magnolioide dei giardini pubblici, promettendosi felicità, amore eterno e altre cose impossibili.

Quella notte suo cugino Maurizio aveva lasciato il forno del laboratorio accesso, una resistenza prese fuoco e tutto andò in fumo. I pompieri evitarono un danno peggiore all’edifico, ma il laboratorio era perduto. I forni, le macchine impastatrici, gli attrezzi del mestiere e le materie prime. Una rovina. Tanti soldi da restituire e niente in mano per guadagnarseli. Quella sera una straordinaria nevicata segnò per sempre nella memoria di Salvatore quella giornata.

Salvatore aveva appena annusato il profumo dolce del benessere, per sprofondare di nuovo nella povertà. Un altro si sarebbe arreso. Non lui. Anche perché Salvatore era uno che non si arrendeva facilmente. Testardo. Aveva fallito? Pazienza avrebbe tentato ancora. Cinque giorni dopo l’incendio Anna Maria arrivò con un sorriso che Salvatore non si sarebbe mai più scordato, un fazzoletto celeste nei capelli e una busta in mano.

«Questi sono i soldi che i miei avevano da parte per l’università. Ci comprerai ciò che serve per fare i dolci. Mio padre ha chiesto un prestito al Banco di Sardegna. Con quello ricomprerai i macchinari. Devi riaprire subito.»

«Cosa?» Come posso farcela, non ho la possibilità di restituire tutti questi soldi». Rispose Salvatore preoccupato.

«Ma che dici? Stavi andando benissimo. Solo con quello che ti ha ordinato la Rinascente puoi ripagare i prestiti di Don Cauli e di mio padre».

«Dici?» Chiese Salvatore speranzoso.

«Vedrai che in due anni comincerai anche a guadagnare qualcosa». Rispose sorridendo Anna Maria.

«Allora tra due anni ci sposiamo?»

«Si, se ti ricordi di spegnere i forni la sera» rispose Anna Maria. Poi scoppiarono a ridere insieme.

«Io non voglio che rinunci all’Università» le disse Salvatore sottovoce.

«Non ci rinuncio. La farò quando restituirai i soldi a mio padre. Intanto posso cominciare a insegnare a scuola».

In meno di un mese il laboratorio era di nuovo in piedi, la commessa con la Rinascente venne rispettata e rinnovata. Salvatore, al posto del cugino Maurizio, prese con sé un apprendista, poi un altro e un altro ancora. Il lavoro aumentava: caramelle, biscotti, torte, pasticcini e frittura.Salvatore ci sapeva fare, era un bravo pasticcere e caramellaio. Instancabile, ma non era per quello che aveva successo. Era per il suo sorriso, per la voglia di conoscere le persone e per quell’aria che ispirava fiducia.

«Una goccia di miele prende più mosche di un litro di fiele» amava ripetere spesso.

Due anni non bastarono, ma in 5 anni Salvatore aveva ripagato tutti i debiti. Aveva guadagnato abbastanza per poter dare un anticipo per una casa, ma soprattutto per mandare a Pratoverde i soldi necessari ad aiutare la sua famiglia. Giusto il tempo che Anna Maria ottenesse il trasferimento dalla scuola del paesino di Gonnospadula a Cagliari e arrivò anche il momento del matrimonio. Giancarlo che era già diventato medico fu lo scontato testimone di quell’unione. Per il viaggio di nozze erano diretti in Svizzera, ma dopo la tappa a Dronero Salvatore decise di tornare nell’Isola. Con i soldi avanzati comprò un bel televisore con cui vedere i Campionati del Mondo di calcio che si svolgevano in Inghilterra. Anna Maria lo lasciò fare, dentro di sé sentiva già che in nove mesi sarebbe diventata mamma.

Il laboratorio si allargò fino a diventare anche caffetteria. Cinque dipendenti al laboratorio e quattro nella caffetteria. Dopo i dipendenti arrivarono anche i figli: Emilia, Gianluca, Alessandra, Michele, Lucia, Giuseppe e Vincenzo. Un esercito. Anna Maria non solo teneva testa a tutti, ma tra una gravidanza e l’altra tornava puntualmente a insegnare alla scuola elementare. La Caffetteria Pratobello era la più buona della Città con una piccola terrazza dove, con il bel tempo, sorseggiare un caffè era qualcosa di magico. Peccato che i suoi genitori se ne andarono troppo presto, per godersi il successo del loro eroe. Gli affari andavano bene e Salvatore cominciò ad affrontare una grande novità: il tempo libero. Con nove dipendenti poteva permetterselo. All’inizio si sentiva un po’ in imbarazzo poi però la sua vena competitiva lo portò sui campi da tennis. Lui nato povero in canna che entrava al Tennis Club, negli anni settanta, un luogo d’élite. Lo fece alla sua maniera, da combattente. Si presentò dal maestro del Club, un giovane originario del nord Italia dicendogli:

«Salve, io vorrei imparare a giocare a tennis per battere un mio cliente presuntuoso. È possibile?»

«Beh, in effetti bisogna vedere». Rispose il maestro titubante.

Ma la sorpresa del maestro aumentò quando Salvatore gli chiese se la mancanza del dito indice avrebbe potuto costituire un problema per l’uso della racchetta. Il maestro sgranò gli occhi e stava per rispondere che effettivamente poteva essere un problema, quando Salvatore gli strinse la mano in maniera così decisa e salda da fargli cambiare immediatamente idea.

L’anno seguente si ammalò di tubercolosi e dopo il ricovero, i medici gli consigliarono di trascorrere un lungo periodo di riposo in montagna. Così raggiunse suo fratello Carabiniere a Torino e andarono a Bardonecchia dove si innamorò per la seconda volta in vita sua: della neve e dello sci. Alla vigilia dei favolosi anni ottanta cominciarono le avventure dei viaggi invernali in montagna per tutta la famiglia. Salvatore, che da bambino doveva pisciarsi sui piedi nella brina invernale, passava il tempo tra l’elegante Caffè Pratoverde, il Tennis Club e le montagne del Piemonte. Eppure Salvatore non aveva perso l’umiltà, usava il danaro come un mezzo e non come un fine. Quando qualche venditore ambulante suonava alla sua porta lo accoglieva con fiducia. Ascoltava e poi comprava, sempre. Anche cose inutili per la disperazione di Annamaria e dei figli. Non poteva farne a meno, perché in quel persone rivedeva sé stesso nel tentativo di guadagnare quel riscatto sociale che lui era riuscito a cogliere.

Suo fratello Piero si imbarcò a Livorno per Olbia, di ritorno dalla sua seconda vacanza dopo il viaggio di nozze. Nessuno dei passeggeri di quella nave arrivò vivo in Sardegna. Un terribile incendio dopo l’urto di una petroliera fece diventare quella nave una palla di fuoco. Il Perché e il come di quella tragedia non si è mai saputo. Per due giorni il caffè Pratoverde chiuse. Piero aveva 3 figli e Salvatore cominciò ad occuparsi di loro come se fossero figli suoi.

Al compimento dei 18 anni di Vincenzo, il figlio più piccolo, Anna Maria andò nella piazza vicino a Viale Europa e si iscrisse all’Università di Teologia. Non era quella a cui si sarebbe iscritta in gioventù, ma anche quel vecchio debito col destino lo aveva saldato.

I figli di Salvatore Giuseppe e Lucia erano gli unici che mostravano un grande interesse per il Caffè Pratoverde. A loro si aggiunse anche il nipote Eligio, figlio di Piero. Con loro il laboratorio cominciò a sfornare un ottimo panettone nel periodo di natale. Le caramelle invece, quelle non le comprava più nessuno. Salvatore non ne voleva sapere di smettere di produrle. Era più forte di lui, anche se portavano solo costi.

Di ritorno dalle vacanze in montagna, con Giancarlo e le rispettive famiglie, Salvatore rischiò per due volte di tamponare una macchina in fase di sorpasso. Quel trascurabile affievolimento della vista, che gli faceva sbagliare tanti rovesci quando giocava a tennis, era diventato qualcosa di più serio. Seguirono tante visite, anche a Barcellona nell’Istituto Catalano per le patologie dell’occhio, ma il verdetto era severo: maculopatia degenerativa della retina. La vista sarebbe diminuita progressivamente fino alla cecità. Salvatore non si era mai arreso fino a quel momento. E non si arrese.

Quando due Boeing si schiantarono sulle Twin Towers a New York, Salvatore stava sorseggiando un caffè insieme a sua moglie al Caffè Pratoverde. La clientela non era più quella di una volta. Gli affari erano calati vistosamente e anche qualche dipendente storico era stato incoraggiato a trovare un altro impiego. Salvatore chiamò Lucia e Giuseppe e li fece sedere al tavolo.

«Credo sia arrivato il tempo di riposarmi un po’ ragazzi. Siete bravi e io sono un po’ anziano per continuare a lavorare tutti i giorni. Sapete voi cosa è giusto fare del caffè Pratoverde».

Lucia e Giuseppe fecero un sorriso rassicurante e senza dire una parola allungarono la mano sul tavolino fino a prendere quelle del loro padre.

«Sapeste da quanto tempo vostra madre me lo chiedeva». Aggiunse Salvatore.

Dopo qualche anno Anna Maria cominciò a dimenticare le parole, all’inizio niente di preoccupante. Poi però qualcosa cambiò. Le parole cominciarono a mancare più spesso, la spesa per il cibo diventò monotona. Un giorno Lucia andò a trovarla all’ora di pranzo e la vide mettere gli spaghetti nell’acqua ancora fredda. Poi vennero le visite mediche e altre cose strazianti. Salvatore non poteva vedere il deperimento fisico di sua moglie e fu un bene. Alle volte andava in collera:

«Perché non mi parli?»

La tragedia lenta durò quattro anni. Anna Maria se ne andò a giugno senza disturbare, lottando a modo suo, come aveva sempre fatto.

Poco dopo Salvatore perse anche Giancarlo, improvvisamente, senza nessun preavviso.

La cecità non gli impediva di fare delle belle passeggiate, tutti i giorni con l’aiuto di un assistente. Faceva la spesa, distribuiva caramelle a tutto il quartiere. Diceva che erano prodotte dal suo laboratorio, ma non era vero. Lo conoscevano tutti. La maggior parte delle persone gli regalava sorrisi affettuosi che lui non poteva vedere. La caffetteria era diventata un ristorante. Lucia e Giuseppe avevano superato così la terribile crisi del caffè Pratobello.

A Natale, ai figli spesso increduli per la straordinaria forza con cui aveva condotto la sua vita, amava ripetere che niente di bello gli sarebbe potuto accadere senza le tante avversità che lo hanno scalfito. Era convinto che nel difficile viaggio verso la felicità, il fallimento è spesso il miglior prologo verso il successo e la felicità.

 

LA BIBLIOTECA DEI SOGNI 

di  Laura Tronu

Anche quella mattina l’assoluta quiete della sala lettura veniva bruscamente interrotta. Le teste, ripiegate stancamente sui libri, si sollevarono all’unisono. I forti mugolii spezzavano quel denso silenzio, accompagnati dall’ampio gesticolare che, in quell’ambiente surreale di assoluta immobilità, pareva infrangere anche l’aria.
Nella saletta retrostante il banco dell’accoglienza, Pierpaolo si agitava animatamente, tagliando lo spazio circostante con ampi gesti delle braccia e del corpo. La testa protesa in avanti, il viso paonazzo e la bocca muta che si spalancava, capace soltanto di diffondere quei sordi suoni gutturali. Davanti a lui c’era Giovanni, più basso di almeno due spanne, immobile, con quel sorriso beffardo stampato sul volto.
Lavinia sorrise tra sé e sé. Incontrò lo sguardo complice di Mari e si scambiarono una muta risata fragorosa; sebbene quello fosse lo scenario quotidiano e il silenzio venisse violato proprio dal personale bibliotecario, nessuno, neanche tra gli utenti più affezionati, si permetteva di esplodere in rumorose risate. Lo sguardo divertito scemò dal viso di Lavinia quando, volgendosi verso il banco alle sue spalle, incontrò il volto sgomento di Valentina.
“Qua siamo in pericolo!” sussurrò Valentina, “questa è una situazione esplosiva”. Alla sua prima esperienza in quella biblioteca di quartiere, Valentina era aliena alle dinamiche interne che vi albergavano. “Ma no, Vale”, minimizzò Lavinia nel tentativo di rassicurarla, “è ordinaria amministrazione”, aggiunse con un ghigno malcelato. Alle sue spalle, Pierpaolo mimava minacce di rappresaglia con gesti inequivocabili e abbandonava la sala, promettendo un ritorno tutt’altro che pacifico. “Giovanni, devi fare da bravo!”, sbottò Matteo verso il suo sottoposto. Il direttore della biblioteca svolgeva il gravoso compito di mediatore nell’annosa ostilità tra i due dipendenti, entrambi affetti da disabilità. Sordomuto l’uno, con la sindrome di down l’altro.
“Ahahahaha! Ahahahaahah!”, squittì il bassottino cercando di sfuggire alla paternale del Direttore. “Vieni qui, Giovanni! Perché hai nuovamente spostato i volumi disponendoli a casaccio negli scaffali?”, proseguì esasperato Matteo. La risposta di Giovanni, se mai ce ne sarebbe stata una, cadde nel vuoto. Pierpaolo riapparve come un fulmine nella sala. Teneva in mano alcuni fogli, l’elenco completo dell’archivio bibliotecario. Era suo, difatti, il compito di riordinare secondo la corretta catalogazione tutti i volumi disposti negli scaffali della sala lettura. “Mmmm, iiiihhhh, uuuhhh”, sbraitava il sordomuto verso il suo collega, rinforzando le sue ragioni con il movimento di tutto il corpo, con una mano per aria che agitava l’elenco e con un libro nell’altra. Pian piano dalla sala si levò un sommesso mormorio, gli occhi curiosi rivolti verso i banchi dell’accoglienza. “Ssssshhhhh, silenzio”, s’intromise Matteo tra i due
litiganti, dominando a fatica il sorriso che spuntava sul suo viso. “Ora basta. Giovanni, vai a sederti nella saletta e tu Pierpaolo, abbi pazienza, cerca di risistemare i libri fuori posto”.
Giovanni si diresse verso la saletta della Direzione con la coda tra le gambe mentre Pierpaolo, rivolgendogli un’ultima occhiata torva, si avvicinò rapido al primo scaffale della sala. Con il respiro affannoso e la fronte imperlata di sudore, l’uomo era visibilmente sconvolto. “Appena ieri pomeriggio ha trascorso quasi due ore a sistemare quello scaffale”, ridacchiò Lavinia verso Valentina. Anche quest’ultima, ora, sembrava essersi convinta dell’innocuità della lite e l’ilarità circostante l’aveva contagiata. “Adesso dovrà rifare tutto daccapo”, proseguì Lavinia. “E’ un ciclo che si ripete continuamente. Pierpaolo sistema, Giovanni disordina”. “Andiamo a prenderci un caffè?”, propose Lavinia. “Si, ok”, rispose Valentina. “Mari, vieni anche tu”, disse Lavinia alla sua collega di studi. Le tre ragazze attraversarono silenziosamente la sala, ma Lavinia sentì una presa trattenerle il braccio. “Mmmm, mmmm”, mugolava Pierpaolo davanti a lei, muovendosi agitato tra lei e lo scaffale e mostrandole ora il libro che teneva in mano, ora la lista dell’archivio, ora i libri dello scaffale. “Eh si, ora è un problema”, cercò di sillabare piano Lavinia. “Maaaa”, continuava l’uomo, il dito della mano che faceva segno di no. “Certo non è giusto”, assecondava la ragazza con viso compito. Lavinia riuscì a buttare un occhio sull’elenco; era colmo di sottolineature, cerchi e parentesi di diverso colore, con una legenda in cima alla pagina. L’uomo continuava a mostrare la sua totale disapprovazione, aprendo le braccia e facendole poi ricadere rumorosamente sulle gambe, in segno di totale incredulità. Lavinia indietreggiò piano, cercando di dileguarsi, ma era un accorgimento superfluo. Dopo la sfuriata, l’uomo era già chino sul suo elenco a tracciare linee, spostare numeri e simboli, completare calcoli accessibili solamente a lui.
“Perché ti ha fermato per raccontarti l’accaduto?”, domandò Valentina mentre sorseggiava il suo the fumante. “Perché lei è la paladina degli sfigati”, canzonò Mari. “Dai, Mari!”, si schermì Lavinia. “In realtà, io conosco Pierpaolo da parecchi anni. Vive nel mio quartiere ed è benvoluto da tutti. Conosce mia madre e conosceva mia nonna”. “Ma ha tutte le rotelle a posto? La sua reazione mi è parsa esagerata”, proseguì Vale. Lavinia sapeva bene che le ragazze non potevano capire appieno l’uomo. Lei l’aveva osservato attentamente e aveva capito la dedizione che questi impiegava nel suo lavoro. Il mantenimento dell’ordine dell’archivio bibliotecario era il suo obiettivo principe, era la molla che manteneva attiva la sua passione per quel lavoro, come un matematico che ricerca la quadratura dei numeri, all’infinito. Il disordine degli scaffali era il disordine dentro il suo piccolo mondo, isolato dall’esterno da una spessa membrana. Mantenere l’ordine, faceva sentire Pierpaolo uguale agli altri, nel mondo abitato da tutti, lui compreso. “Si, Vale”, rispose lentamente Lavinia, “Pierpaolo ha tutte le rotelle a posto”.

 

L’IMPRESA FELICE

di  Maria Antonietta Pia

Premessa
Oggi è stato un giorno inteso che sembrava non volesse avere fine. Comincia prima dell’alba, sveglia presto, caffè caldo e suvvia al Festival dove espongo i prodotti della mia passione. Nel tragitto da casa alla fiera rimasi cosi sorpresa di fronte ad un alba eterna e di fronte a cosi tanta bellezza non sono riuscita a trattenere le lacrime. Quel giorno pieno di bellezza era l’esempio che la vita era piena e ricca di emozioni sempre. Per potermi emozionare di nuovo e quella mattina di quell’alba, il viaggio verso la felicità è stato lungo e ricco di scoperte. Prima stavo male, avevo un malessere che mi rendeva costantemente infelice. Ma che cosa mi rendeva infelice? Quale era la causa della mia felicità? Iniziai cosi un percorso lungo e travagliato; partendo da cosa mi rendeva infelice cercai di capire cosa mi poteva dare qualche briciola di felicità.
Mi chiamo Mary J e questa è la mia storia.

Parte I
Un periodo diversamente felice

All’età di 22 anni ho conseguito la laurea triennale in filosofia. Ho deciso di proseguire i miei studi in Filosofia e forme del sapere all’Università di Pisa, dove a 24 anni ho concluso la carriera universitaria con il massimo dei voti. Terminato il percorso specialistico, decisi di approfondire gli studi in un istituto di perfezionamento in Germania e poi in America rispettivamente 6 e 4 mesi. Conclusa la fase da ricercatrice, a differenza di quanto accade normalmente, non riuscì per sfortuna o per fortuna a trovare un posto nel mondo del lavoro. Fu cosi che giorno dopo giorno, alimentai pensieri negativi e ansiogeni e cosi caddi cosi in una profonda depressione. Depressione che rendeva i giorni tutti uguali: dal letto al divano dal divano a letto; dal pc alla tv dalla tv al pc. Binomi che con il trascorrere dei giorni rendevano tutto inesorabilmente pesante il tempo.
Il tempo si dilatava e tra un pianto e un altro, mi ricordo che avevo la capacità di pensare; e cosi pensiero dopo pensiero, come un puzzle, mi ricordai di come stavo bene quando in terra straniera e di quanto sorprendentemente mi sentivo a casa durante il soggiorno Erasmus.
Partì cosi da un ricordo lontano per attraversare la mia anima cosi triste e scalfita dal tempo e dalle scelte non mie, ma prese cosi perché pareva non ci fossero altre valide alternative. L’unica via per me era partire, partire lontana per dimostrare a me stessa di farcela da sola, lontana dalle certezze di sempre e combattiva e forte come non lo ero mai stata.
All’estero anche le cose più semplici sembravano traguardi da campioni; e cosi mi tornarono alla mente momenti di vita illuminanti. Come quella sera in Francia che già in pigiama, ricevetti una chiamata. Era la mia amica Hayley che mi invitava ad unirmi ad un gruppo di amici per bere del thé e ballare qualche canzone a casa degli “americani”. Di fretta e fuori mi preparai e in una decina di minuti arrivammo a casa dei nostri amici. Gli americani erano due ragazzi francesi che però, a differenza degli altri, non vivevano nelle residenze studentesche ma avevano affittato una casa per loro e la casa era assai particolare.
La casa era un bel trivano con due stanze matrimoniali, un bagno, un ampio salone e una cucina. Nelle pareti c’erano delle bandiere americane perché i ragazzi francesi avevano il sogno dell’America come terra di sogni che diventano realtà, terra di giustizia, di segni e di sogni.
Quella sera, dopo il the o durante, ora i ricordi sono offuscati, si ballò nel salone e ad un certo punto si sentì una canzone che anni prima ascoltai a 19 anni mentre preparavo storia della filosofia 1. La canzone in questione era Aicha, canzone di consolazione, canzone di speranza e come per magia capivo e non ripetevo a caso e per caso quella canzone. Il momento in cui ho percepito la consapevolezza della comprensione di quelle parole, di quelle note, di quel ritmo era come se avessi visto una luce, una illuminazione. Una sensazione di grandezza e di pienezza che se dovessi definirla in un colore direi rosso inteso come la passione che quella lingua suscitava già prima di riconoscere versi, ritmi e armonie; direi un arcobaleno perché quella canzone racchiudeva felicità, dispiaceri, lacrime e sorrisi in una nota sola.
Ripercorrendo i ricordi, volevo solo star bene o se bene era un’utopia per il suo stato attuale voleva solo stare meglio. Non volevo più toccare il fondo. Il fondo per me era rappresentato dal senso di frustrazione e di inadeguatezza. Mi sentivo inadeguata a tutto quello che volevo fare; mi sentivo incapace a fare tutto quello che c’era da fare. Non c’erano alternative, non c’erano soluzioni. Forse in cuor mio avevo bisogno di una scusa per delegare colpe e scelte sbagliate. Cambiare prospettiva era forse la soluzione a tutti quei problemi, che all’apparenza sembrano insormontabili e che magari dovevano essere visti solo da una prospettiva diversa dal quale venivano solitamente guardati.
Mi accorsi che tutto quello che avevo studiato invece di farmi trovare luce e illuminazione mi portava ansia e senso di frustrazione. Dopo alcuni mesi, stanca di quella tristezza e negatività, che mi auto alimentavo decisi di rileggere Deleuze, il filosofo del moltiplice, in un posto tranquillo e rincominciare da ciò che mi aveva appassionato fin da ragazzina e mi trasferì qualche giorno con la mia amica Elisa nella sua casa al mare.

Parte II
Esperimenti di tentata felicità
Tra una ricerca e un’altra trovai il tempo per fare diversi esperimenti di tentata felicità. Infatti, nella casa al mare c’era un giardino abbandonato e quei giorni di relax e di pensieri io e la mia amica Elisa decidemmo di sostituire per ogni pianta secca, una nuova pianta; ad ogni pensiero negativo un pensiero positivo. Inizio così la prima settimana di esperimenti di tentata felicità. Le giornate sarebbero state alternative da attività di lettura e attività creative pratiche.
La prima settimana cominciammo ad abbellire il giardino con la creazione di diverse aiuole dando sfogo alla
inesaudibile creatività aiuole tonde, quadrate, a forma di cuore, a forma di stella; una volta definita la forma, misi terriccio e piantai delle rose e delle piante ornamentali da giardino con fiori colorati. L’esperimento mi illuminò talmente che decisi di fare un angolo dedicato alle erbe aromatiche e fece cosi 5 aiuole e cosi mise lavanda, rosmarino, timo, salvia ed elicrisio. La ragazza decise di provare a creare delle creme con delle erbe aromatiche e con Elisa comprarono gli occorrenti necessari e fecero delle creme pronte all’uso in soli 30 minuti. Creme naturali e molto preziose per ritrovare l’equilibrio psicofisico.
Il week end ben presto finì ma non tardammo ad approfittare del bel tempo e restare per la settimana successiva.
Durante la seconda settimana, l’esercizio manuale sarebbe stato affiancato a degli esercizi di rilassamento fisico e mentale. Quindi l’amica coach aveva il diritto dovere di praticare degli esercizi di rilassamento e ogni tanto se io Mary J fossi stata brava abbastanza, Elena avrebbe fatto dei trattamenti per alleggerire mente e corpo. L’attività manuale e al rilassamento si introdussero passeggiate, corsette condite da viste panoramiche e pura bellezza. Colazioni sulla spiaggia e aperitivi al tramonto in terrazza. La cura era l’amicizia e lo stare assieme per stare meglio. Elisa mi aveva proposto l’escursione alla casa al mare per disintossicarmi da una vita piena di impegni, oneri e doveri.
Qualche settimana dopo lessi su una rivista, “Vita in Campagna”, del mio babbo che “settembre era il mese delle fragole”; normalmente, come tutti, ero abituata ad associare le fragole da aprile a luglio mesi nei quali le fragole si trovano nei banchi frigo dei supermercati. Leggendo scoprii che l’impianto delle fragole si fa a settembre e le fragole, diversamente dal classico frutteto, si impianto a settembre. Fui colta da un attacco di follia mista ad entusiasmo e decisi così di impiantare un campo di fragole. Fu cosi che chiamai un tecnico per lavorare il terreno e creato delle baulature. Successivamente sono stati stesi sulle baulature dei teli neri chiamati in gergo pacciamatura. La pacciamatura è un telo nero che ha dei buchi per poter piantare le piccole piante e sotto il telo viene messo il tubo dell’acqua.
Il telo nero andava bloccato da entrambi i lati e questa operazione si può fare a mano o con la macchina; volevo assaporare il lavoro ma soprattutto prenderne consapevolezza. Fù cosi che decisi di bloccare il telo armata di pietre, pala per riporre la terra sopra i lembi estremi dello stesso telo e zappa per bloccare la terra sopra il telo.
Lavoro stancante fisicamente ma mi permise di prendere consapevolezza che tutto quel lavoro comporta ma tanta soddisfazione per aver terminato come previsto.
La settimana successiva le fragole vennero piantate con l’ausilio di un amico specializzato. Le piantine giunsero lunedi e quindi da martedi è iniziata la piantumazione.
Questo tipo di lavoro non è affatto banale o semplice; è fondamentale perché le piante, se messe bene, radicheranno, faranno fiori, frutti e stoloni ovvero le piante generano altre piante.
La ragazza gioiosa e soddisfatta con il campo di fragole rincominciò a vedere; rincominciò a trovare quell’entusiasmo che spesso i libri le avevano dato anni prima. Quel campo di fragole inizio cosi a ridarmi vita. Mi presi cura delle fragole come dei gattini piccoli e indifesi, iniziò a dialogare con le piante e con i suoi frutti e iniziò anche a filosofeggiare sul campo.
Cercai quindi di scardinare un concetto vecchio e duro come il tempo cercando di coniugare l’agricoltura con la filosofia che avevo studiato ogni prima trovando ogni giorno una riflessione e un pensiero diverso dal giorno precedente; creai cosi angoli e strumenti di serenità quotidiana dall’altalena del pensiero all’albero dei pensieri positivo passando per l’albero dei sogni e l’albero dei buoni propositi. Arrivò fine ottobre e le fragole richiedevano cure e coccole.
Cure e coccole: cure perché bisogna togliere le erbacce, coccole perché con dolcezza e attenzione occorre togliere i fiori e i frutti perché poi le piante si rafforzino e possano reggere l’inverno rigido.
Coccole perché una volta che si tolgono le foglie secche e bisogna far attenzione perché se le erbacce si sono ben inserite nella radice della piantina si rischia di estirpare la pianta; una volta estirpata si deve ripiantare e sperare che radichi e non si secchi. Passò l’inverno e la primavera arrivò fresca e rugiada le mattine, temperati i pomeriggi e le fragole superano con forza l’inverno dovevano essere potate e coccolate per essere pronte intorno a fine aprile.

Parte III
L’impresa felice
Ad aprile del nuovo anno il caldo arrivò e con lui le fragole anticiparono il loro arrivo. Ero totalmente impreparata a questo arrivo, figuriamoci se anticipato. Dopo due giorni di attente riflessioni sul cosa come dove e perché vendere, ebbi una illuminazione. Avevo studiato sempre sui libri ma stavolta nessuno manuale di istruzioni sarebbe stato utile per me. La soluzione la dovevo trovare io con tutta la mia forza, la mia tenacia, la mia perspicacia e l’estroversione che avevo coltivato negli anni per combattere la timidezza che mi rendeva sempre inadeguata e sfigata.
Nel momento in cui mi sentivo le porte sbattere in faccia, non avevo nulla da perdere ma nessuno riusciva ad aiutarmi concretamente. Fù cosi che un po per perseveranza un po con gentilezza e cordialità ebbe l’illuminazione. Adesso ero una ragazza allegra e solare; il sole preso nei campi lo trasmettevo con il mio entusiasmo e la passione che mettevo nelle cose che facevo e cosi che continuai a coltivare la passione per la filosofia, l’arte, la cultura e lo sport.
Caso volle che ad aprile tanti eventi si organizzarono in città e non potevo rinunciarci e allora andavo agli eventi, quasi sempre con la sua vaschetta di fragole da offrire al buffet degli stessi eventi.
Gli eventi erano tutti numerosissimi e frequentatissimi e fu cosi che affianco alle fragole mise i bigliettini con nome dell’azienda, numero di telefono e logo. Giorno dopo giorno, evento dopo evento, riuscì a farmi conoscere e soprattutto a vendere le fragole coltivate senza chimica. Conobbi tante persone tra cui curatori di mostre, attori, gente comune, dipendenti e imprenditori che mi portarono a conoscere altre tante persone.
Il lavoro nei campi non era rilassante ma cercavo di vedere amore e tenerezza e un briciolo di filosofia in qualsiasi cosa facesse e quindi mettendoci il cuore, il lavoro era un piacere, la stanchezza lasciava spazio alle coccole e alla meditazione individuale.
La raccolta all’alba, il confezionamento con tanto di etichette scritte a mano, permisero ai clienti attenti di vedere l’amore e la passione che mettevo nel mio lavoro. Fu cosi che a poco a poco la gente iniziò a conoscere quelle fragole piene di amore ed allegria; i mercatini aumentarono, i clienti pure, il prodotto era buono e quindi fu cosi che si aprì l’opportunità di iniziare il mercatino del piccolo paese di provenienza.

Parte IV
Un’esperienza curiosa

In un piccolo paese come il mio tutti si conoscono e tutti sanno chi è quello o quello, un po provinciali un po grezzi. Arrivò il giorno per Mary J di vendere le proprie fragole. Tutti in paese sapevano che avevo studiato ben altro che coltivare fragole. Strano ma vero qualcuno con la lingua lunga mi disse che doveva essere altrove invece che a vendere fragole. Inizialmente ci restai male, malissimo. Con il passar dei giorni e del tempo, ebbi come una illuminazione. Misi l’orgoglio e la permalosità da una parte e decisi di affrontare quelle domande e soprattutto di cucire quelle ferite che sanguivano perché dopo tanto studiare era finita come una bimba che corre sui prati. Era brutto, frustrante sapere che lei aveva studiato non di certo per lavorare la terra e spaccarsi la schiena. Crescere significa anche prendere consapevolezza dei propri doni e gioire ogni giorno per tutto quello che si è piuttosto che lamentarsi a vita per tutto quello che non si ha. Fragola dopo fragole, ogni fragola colta era una meraviglia e cogliere si era trasformata in una sorta di meditazione e buon auspicio per la giornata che stava cominciando. La stanchezza fu spazzata via dall’entusiasmo e nel mio cuore ora c’era spazio solo per i sorrisi e gli abbracci degli amici che acquistavano ogni giorno le fragole. Ogni giorno era speciale anche perché durante la raccolta, meditavo e durante i mercatini cercavo sempre di trovare la rima e la ricetta del giorno. Tutti erano pieni di belle parole: dolci come le fragole, calde come il solde d’estate. Finalmente ero riuscita a trovare qualcosa nel mondo che mi faceva sentire importante ma soprattutto utile.
Quando coccolavo le mie fragole, come gli altri ortaggi in altri periodi dell’anno, a volte mi paragonavo ad un medico o ad un parrucchiere. Durante la semina e raccolta avevo tanto tempo per riflettere e fare poesia e filosofia allo stato puro.
Coltivare, ortaggi e frutta come i sogni, richiedeva attenzione e pazienza; attenzione perché l’acqua non doveva essere né troppa né poca ma giusta, pazienza perché la natura è fatta di impercettibile cambiamenti e sia prima che durante la coltivazione è fondamentale essere pazienti per osservare gli infinitesimali cambiamenti che permettono al fiore di diventare frutto. Le fragole maturano fino ad agosto e per me non ci fu riposo ma era come se quel lavoro che si era creata grazie alla famiglia fosse una benedizione. Le fragole erano dolci, buoni e pareva facessero tornare giovani o bambini chiunque le mangiasse. Erano dolci al sapore vero, antico ed autentico di fragole.
La raccolta e le vendite proseguirono e con essere anche gli eventi e ebbi la fortuna di conoscere mondi culturali nuovi come quelli dell’arte entrando a contatto con numerose galleria d’arte che gradivano offrire ai propri visitatori fragole fresche e dolci coltivate con il sorriso.
Faceva caldo e si dovevano cosi ridimensionare la raccolta e le consegne alle ore più fresche ma ogni giorno era speciale e sempre nuovo e mai uguale dal giorno precedente.
L’esperienza delle fragole fù per me una esperienza straordinaria; fu un esperimento di felicità ben riuscito e ogni giorno era nuovo in tutto il suo mistero in tutta la sua bellezza. Grazie alle fragole e ai lavori nei campi ho potuto constatare la bellezza di un germoglio che poi diventa fiore e frutto. Tutte le attività potevano essere viste sempre su due fronti e adesso, dopo tutto quel grigio, volevo vedere solo fronti positivi, lucenti, lenti e pieni di entusiasmo perché in fondo se l’impresa era riuscita era stato grazie a due variabili : buon prodotto ed entusiasmo.

Parte VI
Conclusioni
Ora, che sono passati tanti anni, posso dire che capitarono diversi momenti in cui, per forza maggiore, ho vissuto e vivo dei periodi difficili come per esempio le bombe d’acqua improvvise che rovinarono gli ortaggi; come ancora per esempio i cavoli mangiati dalle cavolaie. Nulla più era come prima però adesso avevo imparato il segreto per la serenità: vivere piano, assaporare la lentezza e il gusto dell’entusiasmo per le nuove avventure senza rete ma con delle mongolfiere pronte all’uso per riuscire sempre a volare e a sopravvivere ai momenti che a volte non si possono governare ma per i quali c’è sempre una vita di uscita resistendo e lottando sempre e comunque con il sorriso sulle labbra e gli occhi luccicanti di entusiasmo. E cosi come disse prima di me Albert Camus, cerco di trovare nel profonda dell’inverno, infiniti momenti estivi cercando e trovando dentro di me il sole dell’entusiasmo.